Fonte: Repubblica.it

A Gabriella, prima di cinque pazienti italiani, è stato impiantato un dispositivo che per 90 giorni monitora in continuo i livelli di glucosio. Che lei potrà leggere wireless sul telefonino. Ed essere avvertita quando salgono o, peggio, scendono troppo

di ELISA MANACORDA

“IL MIO diabetologo dice che sono un cavallo imbizzarrito. Ho delle tali oscillazioni della glicemia da farlo diventare matto. In effetti sono un caso complicato”. Ride Gabriella, seduta sul bracciolo di una poltrona perché non riesce a stare ferma dalla contentezza. Emozionata, a tratti commossa quando si parla del suo passato, Gabriella – 53 anni – è la prima dei cinque pazienti italiani ad aver impiantato Eversense (Roche), il dispositivo che per 90 giorni monitorerà in continuo i livelli di glucosio nel fluido interstiziale restituendo un’immagine dinamica di quel che accade nel sangue della paziente.

L’intervento. L’intervento è avvenuto il giorno prima. Ed è stato un successo. “Si tratta – spiega Giancarlo  Tonolo, direttore della struttura complessa di diabetologia della Asl di Olbia, che ha condotto l’operazione – di un sensore in materiale biocompatibile che deve essere inserito in una piccola tasca creata sottopelle, in questo caso al braccio sinistro: dieci minuti in anestesia locale, e la paziente è tornata a casa”. Sotto la manica della maglietta si vede solo un cerotto bianco e un piccolo dispositivo nero.


I dati. E’ il trasmettitore, spiega Gabriella, che raccoglie i dati del glucometro e li spedisce wireless al telefonino, così che io possa vedere l’andamento del mio metabolismo esuberante: se c’è il rischio che i livelli scendano oltre la soglia di allerta (una condizione di ipoglicemia, molto pericolosa) il dispositivo vibra delicatamente sul braccio, tre volte. Se invece il glucosio sta salendo troppo (iperglicemia), il dispositivo vibra due volte, e il telefono trilla. E Gabriella può correre ai ripari, somministrandosi dell’insulina, mangiando qualcosa o facendo un po’ di moto per riportare i livelli entro i parametri stabiliti. Se vuole fare una doccia, andare in palestra o fare un bagno al mare, deve solo staccare il trasmettitore e riattaccarlo sul braccio asciutto quando ha finito l’attività. Se lo ritiene opportuno, può inviare periodicamente i dati della rilevazione via mail al suo medico di riferimento, che così può monitorare a distanza l’andamento un po’ caotico della sua paziente: basta fare clic sulla app scaricata sul suo telefonino.
“Una rivoluzione”. Per me è una rivoluzione, dice ora Gabriella. Ma è anche la rivincita di un pezzo di Italia che fino a qualche decennio fa doveva mandare via i suoi abitanti in cerca di una cura, e che ora è tra i primi a promuovere le nuove tecnologie per la cura del diabete. “Sono nata negli anni Sessanta a Macomer, un paesino dell’entroterra sardo in provincia di Nuoro – racconta la paziente – i miei genitori hanno scoperto che avevo il diabete quando avevo appena dodici mesi. Cosa potevano fare per salvarmi la vita in un’epoca e in un luogo in cui era quasi impossibile gestire una malattia tanto complicata? Avevo il destino segnato. Invece un medico di bordo amico del mio papà suggerì di mandarmi al Diabetarium, una struttura a Palidoro nei pressi di Roma (oggi una delle sedi dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù) dove i ragazzi con diabete – centinaia, in gran parte sardi – potevano ricevere le cure necessarie”.

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http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/03/07/news/la_storia_di_gabriella_malata_di_diabete-159969457/